Don Giuseppe Calabrese, “Sentinelle del Mattino”

Ho accettato volentieri di scrivere queste righe, non solo per l’amicizia che mi
lega a don Giuseppe Calabrese, ma per il
coraggio con cui egli affronta un tema dai
più considerato “scomodo”, se non sconveniente.
Nel nostro contesto culturale, infatti, la
morte è perlopiù spettacolarizzata, banalizzata, violentata, esibita senza pudore.
Anche come Chiesa, quante volte ci troviamo a tacere davanti a questa realtà:
stentiamo a farci prossimo di chi rimane solo nella notte del dolore e dell’assenza; lasciamo che molti si accomodino al tepore di fermate di servizio, che solo la superficialità può far scambiare per stazione d’arrivo. “Ai giovani che ho la gioia di incontrare e servire nel ministero”: don Peppe,
fin dall’apertura, dedica loro il suo lavoro, nella volontà – dichiarata a fine libro – di aiutare il lettore “a conoscere meglio Gesù Cristo e la destinazione della vita”. Lo fa calandosi nei panni di un sacerdote – il “don Pietro” del libro – che non esita a sacrificare attorno al fuoco le ore
del riposo per condividere le domande dei suoi scout e il loro bisogno di “conoscere di più”.

È proprio questo stile pastorale, del resto, a far la differenza e a conferire autorevolezza al “don” che sa “dedicare le proprie giornate, anche quelle di vacanza, per stare con i ragazzi, dialogare con loro e mostrare la bellezza di essere davvero felici”. In questa prospettiva, il testo – senza
rinunciare alle verità della fede – muove dall’ascolto e accetta di lasciarsi interrogare dalla cronaca, dove “la morte bussa continuamente alla porta”. Tale disponibilità offre cittadinanza all’interrogativo ultimo: la morte è proprio la fine di tutto o ci è dato di aspettare e sperare altro?
Nelle pagine di don Peppe si rende presente una Chiesa che – come il suo Signore – sa commuoversi, piangere e coinvolgersi “nella trepidazione, nella paura, nel dolore, nella tristezza e nell’angoscia” di quanti sono provati dal lutto; una Chiesa che non rinuncia a credere e ad annunciare che chi muore “esce dal tempo ed entra nel presente dell’ultimo giorno”; una
Chiesa che, con la Tradizione, rinnova la sola fede che sottrae l’uomo alla polvere: “Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”. Attorno a queste verità essenziali, l’Autore si muove con umiltà e discrezione, riconoscendo che “non possiamo farci mai un’immagine perfetta di quello che sarà la beatitudine celeste”.

Umiltà e discrezione gli consentono di far proprie le parole con cui San Cipriano ricorda che
“ci attende un gran numero di nostri cari, ci desiderano i nostri genitori, i fratelli,
i figli, sicuri ormai della propria felicità,ma ancora trepidanti per la nostra salvezza”. Salvezza che trova il suo fondamento nella grazia dell’incontro con “il Signore Gesù, la cui morte ha cambiato il fondamento, la base e lo statuto della morte umana, rendendola un momento di passaggio alla vita nuova, piena ed eterna”. Il crocifisso risorto – sottolinea l’Autore – non abbandona nessuno, nemmeno nel passaggio più drammatico: “La sua carità abbraccia il morente e lo prende accanto
a sé”, realizzando la preghiera con cui il credente, nel cammino dell’esistenza, si affida all’intercessione della Madonna: “prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”.
E se l’inferno – ricorda ancora il Nostro, citando Dostoevskij – è “la sofferenza di non poter più amare”, non si fatica a raccogliere il richiamo evangelico di San Giovanni della Croce: “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”, i cui atti – anche i più piccoli – “hanno ripercussioni su tutti, vivi e defunti”. Così, a riprova che “la fine rassomiglia sempre agli inizi”, don Peppe traccia la
parabola che congiunge alfa e omega: “La creazione è il primo atto d’amore di Dio; la ricapitolazione in Cristo del cosmo – o nuova creazione – ne è l’ultimo atto”. Nel mezzo sta la giornata terrena, esposta all’affanno per le cose, al tempo troppe volte perduto nel cercare di possederle.

Sostenuti dalla compagnia dei Santi – i primi non hanno forse il nome di tanti nostri famigliari? – a noi spetta, invece, di saperla affrontare e spendere con dignità, con la fiducia nella Provvidenza, con il servizio ai fratelli.

don Ivan Maffeis
Sottosegretario CEI

Il direttore della testata Nicola Varuolo, condivide pienamente la recensione del sottosegretario la quale esprime perfettamente i punti principali e gli obiettivi di una chiesa più moderna e più partecipata soprattutto dai giovani.

Nicola Varuolo

Direttore Lalucanianews